1983


UN ORTO SOPRA PONTECHIASSO

di Giovanni Orelli con sedici acquaforti di Massimo Cavalli

Tiratura: 132 copie, 56 pagine, cm 33x25; sedici acquaforti di Massimo Cavalli. Questa edizione originale è impressa su carta vélin Arches in 132 esemplari numerati da I a 99 e da I a XXXIII, firmati dall’autore e dall’artista.

A cura di Maria Grazia Bianchi e di Giorgio Upiglio il libro è stato composto in carattere Bembo corpo 16 e stampato da Ruggero Olivieri nel mese di settembre 1983; Caroline Hollinger ha tirato le acquaforti con il torchio dell’editore. Giovanni de Stefanis ha realizzato la custodia rivestita in carta disegnata dell’artista. Piero Marras ha curato il progetto grafico.

1983


UN ORTO SOPRA PONTECHIASSO

di Giovanni Orelli con sedici acquaforti di Massimo Cavalli


MASSIMO CAVALLI
nasce a Locarno nel 1930. Dopo gli studi in Ticino, soggiorna a lungo a Milano, dove completa la sua formazione scolastica a Brera e dove inizia a frequentare l’ambiente artistico milanese del primo dopoguerra che vede tra i suoi protagonisti Birolli, Cassinari, Morlotti e Chighine. La sua affermazione artistica avviene a Milano nel 1967 con una mostra alla Galleria del Milione. Sin dagli inizi della sua attività artistica Massimo Cavalli si è dedicato all’incisione come lo testimoniano numerose pubblicazioni.


GIOVANNI ORELLI
è nato a Bedretto (Canton Ticino) nel 1928. Ha seguito gli studi magistrali insegnando poi per alcuni anni alle elementari del suo paese. In seguito ha frequentato l’università a Zurigo e poi a Milano laureandosi in lettere con il professor Bilanovich. Vive a Lugano dove ha insegnato letteratura italiana al Liceo Cantonale. Oltre a “Il giuoco del Monopoly”, 1980 (premio l’Inedito 1979), ha pubblicato sempre presso Mondadori “L’anno della valanga” 1965 (Premio Veillon 1964) e la “Festa del Ringraziamento”, 1972. Ha scritto alcune poesie in dialetto, racconti e due “piéces” radiotelevisive.

1983


UN ORTO SOPRA PONTECHIASSO

di Giovanni Orelli con sedici acquaforti di Massimo Cavalli

Per riempire il vuoto, il nostro.
E lo sguardo cadde su un campo di grano o su un intrico di felci o di foglie che pareva temessero nel terrore lo strepitio dei fucili, la lepre nell’intrico: o su un reticolo di linee, di nodi, e il ragno nella sua cripta, mimetizzato, ad aspettare la mosca… e su è passato l’inverno, e gli anni, la febbre, la vita: a incidere, lesina o sgorbia o unghia o chiodo, il tutto che graffia.

Giovanni Orelli